acquista biglietti
iscriviti accedi
english version
cerca nel sito:
 

Gino Marotta. "Lo Spazio dell’Immagine" e altre storie umbre.

Gli anni sessanta iniziarono con una serie di cambiamenti che coincisero con degli eventi destinati a influire sul corso del mio lavoro e, per certi versi, anche di tutta una generazione di artisti.

Foligno fu uno dei principali epicentri di quegli eventi “sismici” a cui aderirono molti artisti miei coetanei oltre a Colla e Fontana, che parteciparono con grande coraggio ed entusiasmo a un avvenimento che pure aveva un taglio generazionale e accomunava artisti per lo più sconosciuti di differenti tendenze.

In un’intervista televisiva dell’epoca Lucio Fontana dichiarava, con infallibile preveggenza, che a Foligno stava nascendo un nuovo fatto talmente importante che avrebbe modificato il corso dello sviluppo stesso dell’arte futura. Disse, tra l’altro, che dopo quell’evento nulla sarebbe stato più come prima, perché da quel momento sarebbero saltati i vecchi parametri che avevano fino ad allora regolato le vicende artistiche.

Una profezia che fu più volte ricordata negli anni successivi in occasione di avvenimenti cruciali, non solo per significare la validità

e l’eccezionalità dell’evento ma anche per ricordare l’apertura mentale di un genio come Lucio Fontana, che seppe capire con largo anticipo gli indirizzi futuri dell’arte moderna.

Per una serie di situazioni non prevedibili concatenate tra loro, ebbi l’opportunità di trascorrere un certo periodo di tempo ospite della nuova fabbrica di mobili che Dino Gavina aveva installato tra Trevi e Foligno, a pochi metri di distanza dalla casa dove abitava il giovane Giancarlo Politi (futuro editore della rivista d’arte “Flash Art”) con i suoi genitori.

Uno stabilimento nuovo, progettato dagli architetti milanesi Achille e Pier Giacomo Castiglioni, che avevano tenuto conto della particolarità del paesaggio umbro, che in quella zona si manifesta con rara eleganza.

In questa nuova fabbrica vi erano delle macchine nuovissime che mi consentirono di sperimentare concretamente nuove tecnologie imprimendo ancora una volta una svolta determinante al mio lavoro. Potevo disporre di un vero stabilimento industriale con l’opportunità di provare modi e procedimenti che fino ad allora avevo potuto solo intuire.

La fabbrica, con le sue regole, tra le altre innovazioni, mi ha consentito la scoperta del “metodo” che caratterizzerà in seguito la mia ricerca. Senza metodo non è possibile attivare nessun processo nella fabbrica: nella produzione industriale la necessità di procedere secondo le fasi di un programma che ogni progetto impone è un imperativo ineludibile.

Se il rapporto con la fabbrica, che avevo già in parte frequentato a Ivrea invitato da Giorgio Soavi a progettare una nuova macchina da scrivere per la Olivetti, ha influito sulla sostanza del mio lavoro, l’Umbria e Foligno in particolare, con la frequentazione dei fratelli Radi, mi hanno aperto nuovi orizzonti umani e sociali senza i quali non avrei fatto molte delle cose che mi riguardano.

Per delle ragioni fortunate, sulle quali credo sia difficile se non inutile indagare, accadde che in quel periodo si combinarono eventi che fecero coagulare in un solo momento e in uno stesso luogo un gruppo notevole di amici e nuovi amici che, per una strana magia, si trovarono a operare nella stessa direzione.

Se i fratelli Radi favorirono un’imprevedibile apertura e attenzione da parte delle singole persone e delle strutture locali verso progetti culturali che altrove non avrebbero avuto l’ascolto necessario, in occasione di quella mostra avvenne anche la miracolosa scoperta della provincia da parte di eminenti personalità dell’arte e della cultura che, forse stimolate dall’esperimento messo in atto da Giancarlo Menotti a Spoleto, non esitarono a scendere in campo senza remore.

Giuseppe Marchiori, Gillo Dorfles, Umbro Apollonio, Bruno Alfieri, Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi, Germano Celant, Christopher Finch, Udo Kultermann, Palma Bucarelli, Lara Vinca Masini: così la critica che contribuì alla struttura scientifica della mostra “Lo Spazio dell’Immagine” da me ideata e voluta.

La sede fu lo storico e incomparabile palazzo Trinci nel cuore di Foligno; nei saloni e scalei e logge e camminamenti furono costruiti degli ambienti progettati dagli architetti Lanfranco Radi e Fabrizio Bruno in stretta collaborazione con ciascuno degli artisti che, secondo una mia intuizione, furono invitati ad animare quegli spazi con un intervento che non prevedeva la mera esposizione di quadri e sculture ma l’occupazione dei singoli ambienti secondo una loro personale idea dello spazio.

Il Comitato promotore, che contribuì con entusiasmo e considerevole impegno alla realizzazione dell’evento, era presieduto da Giuseppe Marchiori e composto da Giorgio De Marchis, Gino Marotta, Stefano Ponti, Lanfranco Radi, Luciano Radi.

La commissione per gli inviti era composta da Umbro Apollonio, Maurizio Calvesi, Gillo Dorfles; segretario era Giorgio De Marchis.

Gli artisti invitati: Getulio Alviani, Alberto Biasi, Agostino Bonalumi, Davide Boriani (Gruppo T), Enrico Castellani, Mario Ceroli, Gianni Colombo (Gruppo T), Gabriele De Vecchi (Gruppo T), Luciano Fabro, Tano Festa, Piero Gilardi, Gino Marotta, Eliseo Mattiacci, Romano Notari, Pino Pascali, Michelangelo Pistoletto, Gruppo MID, Gruppo N, Paolo Scheggi.

Inviti speciali: Ettore Colla, mostra personale di sculture all’aria aperta; Lucio Fontana, ricostruzione dell’ambiente spaziale nero (1949).

A scorrere questi elenchi (per chi ha presente lo sviluppo dell’arte contemporanea e le carriere dei singoli, all’epoca quasi sconosciuti) si ha la sensazione che la profezia di Lucio Fontana fosse davvero fulminante.

Non si è più verificata un’occasione come questa, in cui un gruppo così nutrito e significativo di artisti, critici, studiosi e amministratori ha collaborato alla realizzazione di un obiettivo comune condiviso di questa importanza.

Centro Italiano Arte Contemporanea via del campanile, 13 Foligno (PG)